LE MAESTRANZE DEI COSTRUTTORI MEDIOEVALI

i magistri cumacini

Giovanni Antonio Bassoli

La nebbia d’autunno sale dai prati, e già dal fondo del sentiero puoi sentire i colpi ritmati del maglio, dello scalpello e della gradìna, le assi spostarsi, i secchi d’acqua riempirsi presso il torrente e riversarsi nelle “sidèle” ( = secchi da muratore in dialetto lombardo) per l’impasto della malta, legante ideale per la costruzione la cui calce viva, che verrà a mano a mano spenta, giace un poco discosta in un mucchio fumante. 

A ridosso del bosco di querce e faggi, nella radura dove – si dice – si riunissero i druidi, puoi scorgere la piccola pieve ricostruita con materiali di recupero sulla base di una villa romana. É abitata da un paio di secoli proprio dove c’era quella residenza di campagna facilmente raggiungibile dalla città più vicina.                                                     
É lontano il ricordo, per fortuna, delle scorrerie nelle campagne dei popoli “del nord” ed alcuni loro discendenti si sono acquartierati in zona insieme con le famiglie e gli autòctoni, ed ora è normale che si lavori insieme ed, insieme, si fabbrichi un tempio dello spirito condotti da chi conosce l’arte della costruzione. 

Certo non è facile essere elevato alla condizione di Maestro costruttore ma, da queste parti, sembra che l’arte dell’edificazione con la pietra, e le sculture che fanno sognare di eroi dello spirito, sia connaturata con il territorio, per qualche misteriosa eredità culturale. 

É in questo contesto che le maestranze si adoperano per edificare, concio su concio, pietra su pietra ed uso della cazzuola e del filo a piombo, chiese e castelli destinati a lasciare traccia indelebile nella storia dell’arte di tutti i tempi; recuperata, spesso dalla tradizione orale, la tecnica vitruviana e latina della costruzione del tempio. 

Si dice che tale è il retaggio recuperato dalla sapienza dell’edificazione antica, che il re longobardo Rotari nel 643 d.C. stilò a Pavia un editto dove è presente uno dei più antichi prezziari del Medioevo che comprendeva i costi e le mansioni in cantiere per i costruttori, gli artigiani e gli artisti. Gli fece eco l’Editto del Re Liutprando, sempre longobardo, che, nel 28 febbraio del 713 d.C., riporta in appendice un memoratorium de mercedibus commacinorum cioè un vero e proprio tariffario tecnico.   
                            
É in questo contesto storico assai affascinante e complesso nel quale, mentre passo dopo passo esci allo scoperto nella radura, appare il cantiere e ti accorgi degli operai che si passano sulle pontate i pesanti elementi costruttivi, spesso con argani e marchingegni appositi, tanto che alcuni hanno definito i maestri con il termine di comacini dall’uso delle macchine usate in cantiere (= cum machinis). Altri studiosi invece rimandano l’etimologia alla voce germanica ga-makin che significa costruttore, altri ancora, alludendo alle confraternite di operai: co-monaci.
 
Tuttavia, ad oggi, la tesi che sposo con più convinzione è che i Magistri Cumacini, insieme con i Campionesi (da Campione ora d’Italia) e gli Antèlami (dalla Val d’Intelvi), operavano proprio tra l’attuale zona di Como ed il Canton Ticino. 

Ed è da questi maestri che principia lo stile del romanico lombardo, nato dagli appartenenti alla corporazione nella quale militavano anche decoratori, pittori e scultori, molti anonimi ed altri che hanno lasciato una firma importante su tutto l’alto medioevo italiano ed europeo: dalle Prealpi che adesso chiameremmo italiane, alla Pianura Padana ed al Canton Ticino, dal Lazio alle Marche e all’Umbria, di alcuni cumacini abbiamo notizia fino alla Germania alla Danimarca ed alla Svezia. 
La loro fama e capacità erano tali, infatti, che si espansero in tutta Europa tanto da orientarne l’estetica, oltre che la perizia strutturale. 

Ed ancora oggi, passeggiando per il centro storico di Como e godendo del corpo e delle decorazioni della basilica di Sant’Abbondio, fino al coro della chiesa di San Fedele, adornato dalle bellissime figure zoomorfe quali mostri e grifoni, puoi curiosamente far volare la tua fantasia fino alle decorazioni leonine ed alchemiche che i compagni d’arte Campionesi ci hanno lasciato sul protiro del Duomo di Modena unitamente alle formidabili colonne tòrtili che ancora arrovellano l’osservatore su come possano essere state realizzate da mano umana.

Ed ancora le splendide, riconoscibili decorazioni sulle colonne stupiscono il viandante insieme con i leoni che all’ingresso delle Cattedrali salutano ruggendo il visitatore o pellegrino, le chimere apotropaiche (Chimera = mostro leggendario dalla mitologia greca, romana ed etrusca formato con parti del corpo di animali diversi. Apotropaico = dal greco antico ἀποτρἐπω, apotrépo = “allontanare”: oggetto magico o persona capaci di allontanare gli influssi maligni) difendono il tempio dello spirito, con sembianze forse suggerite da testi di magia di rispondenza di cui il Medioevo è ancora assai ricco. 

L’artista medioevale, infatti, la cui creatività sposa capacità edili, fantasia ed abilità manuale tramandata da padre in figlio, è un personaggio poliedrico, capace di spostarsi dove serve al cantiere ed alla famiglia d’arte alla quale appartiene o si è votato. 

Come farebbe l’affreschista a far correre il pennello senza l’intonacatore che gli stende la malta in giornate? Cosa farebbe il capomastro che, forse, diventerà architectus praelectus, senza la perizia dello scalpellino che decora e prepara le superfici lapidee?    
BIBLIOGRAFIA 
I MAESTRI COMACINI TRA MITO E STORIA, Marco Lazzati 2008
LA LOMBARDIA DEI COMUNI AA.VV.
SITO DELLA SOCIETÁ ARCHEOLOGICA COMENSE https://archeologicacomo.com/